Temperatura: 13 °C
Orario Locale: 03:58 am

c/da Tonicello snc, Capo Vaticano, (VV), ITALIA

1,3 km da Stazione Treni

Numero Camere
* Miglior Prezzo Garantito

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Origine ed etimologia Italia

Ormai da secoli il nome Italia viene utilizzato per indicare la penisola dell’Europa meridionale, ma pochi sanno che il significato e l’etimologia della parola Italia nasce dalla Calabria.
L’intiera terra fra i due golfi di mari,
il Nepetinico [S. Eufemia] e lo Scilletinico [Squillace],
fu ridotta sotto il potere di un uomo buono e saggio,
che convinse i vicini, gli uni con le parole, gli altri con la forza.
Questo uomo si chiamò Italo che denominò per primo
questa terra Italia. E quando Italo si fu impadronito
di questa terra dell’istmo, ed aveva molte genti
che gli erano sottomesse, subito pretese anche i territori confinanti
e pose sotto la sua dominazione molte città.

[Antioco di Siracusa, V secolo a.C.]
Il nome Italia ha origine nell’attuale Catanzaro (anticamente Bruttium ) e, con questo nome si andava ad indicare una popolazione guidata da re Italo ( etimologia italòi = tori). I Greci, che colonizzarono questi territori, chiamavano appunto questa zona Italia ad indicare una massiccia presenza di pascoli. Ciò avvenne in quanto lo stesso re Italo riusci a convertire la popolazione nomade degli Bruzi in gente dedita al pascolo e alla coltivazione
Successivamente, nel V secolo A.C si arrivò a chiamare Italia l’intera regione Calabrese e nel 49 A.C l’intera parte meridionale dell’attuale nazione e in seguito, i Romani, estesero il nome all’ intera Penisola.

Giochi Antichi

Di Seguito riportiamo alcuni tra i più famosi giochi antichi calabresi di un tempo dove il divertimento dipendeva esclusivamente dalla fantasia e intraprendenza dei bambini che nulla avevano fuorché la voglia di fare.
Gallinella zoppa zoppa
In assenza di televisione, i nonni, intrattenevano i propri nipoti con questo gioco che consisteva nel porre entrambe le mani dei giocatori un un piano e a turno veniva chiamato un numero dal 21 al 29 e cominciando da un dito a caso, si faceva una sorta di Conta Filastrocca che recitava così:

Callinella zoppa zoppa
quantu pinni ti ‘ndi ntocca
 
tindi ‘ntocca vintiquattru
 
unu, dui, tri e quattru.
 

Al termine veniva escluso il dito sul quale la conta era terminato e così sino al vincitore che ovviamente risultava l’ultimo dito rimasto sul piano.
U Surici e a Mazza
Questo gioco veniva praticato dai ragazzi e consisteva in un bastoncino di legno con lunghezza di circa 50-60 cm che veniva detto ” a mazza” e di un altro pezzo di legno con lunghezza di circa 15 cm che presentava nelle due estremità una sottigliatura con forma a punta e questo veniva detto “u surici”. Il gioco avveniva in strada o nei grandi spazi aperti e iniziava disegnando per terra un cerchio di partenza del legno. A turno, un giocatore doveva dare un colpo con la mazza al legno posto nel cerchio e una volta sobbalzato, colpirlo tentando di farlo andare il più lontano possibile. Il  giocatore avversario, doveva raggiungere il legno e cercare di rilanciarlo dentro il cerchio di partenza disturbato dal lanciatore che poteva nuovamente ribattere.
A Battimuru
Il gioco consisteva nel far battere le monete contro un muro cercando di farle cadere il più vicino possibile alla base del muro stesso. Chi si avvicinava di più vinciva tutte le monete in terra.
Gioco della Settimana
Dopo aver disegnato in terra un grande rettangolo contenente 8 quadrati numerati dall’uno all’otto ed iniziando dalla parte destra, ciascun partecipante si procurava una pezzo di piastrella e dopo la conta, iniziava il gioco. Veniva tirato il sasso nella casella numero uno e saltellando su una gamba, bisognava recuperarlo e lanciarlo nella casella successiva per poi ripetere l’operazione sino all’ultima casella. Vinceva chi riusciva a restare il maggior tempo possibile in piedi o chi non gettava il sasso fuori dalle caselle.
I vivi e i morti
I partecipanti si procuravano pezzi di piastrelle che venivano poste in senso verticale. Ciascuna piastrella rappresentava un giocatore, e la sua posizione verticale rappresentava l’essere in vita. Attribuita ciascuna piastrella ad un giocatore, a turno i singoli partecipanti, da una distanza di 10 metri, dovevano colpire le piastrelle con un sassolino cercando di farli cadere e quindi di eliminare il resto dei giocatori. Vinceva chi buttava tutti gli avversari.

Mestieri Antichi

Pubblichiamo una recensione  di mestieri antichi Calabresi e di artigianato della Calabria:
U Capillaru
Era colui che, con una cesta legata a tracolla contenente rocchetti, forbici e tutto quanto serviva alle donne di casa. In cambio di Questi oggetti riceveva ciocche di Capelli che le donne conservavano a gomitolo.
U Coddararu
Era una persona che come arnese da lavoro, collocava un tubo lungo circa un metro che sotterrava orizzontalmente e da un’estremità disponeva una manovella mediante il quale faceva girare una ventola che trasmetteva aria alla parte opposta dove, attorniate da pietre, vi erano le braci che venivano rese vive da questa corrente di aria. Su queste, venivano poggiate gli stagnaturi per farlo infuocare in modo da poter saldare i vari oggetti di alluminio.
Affilaforfici
Girovagava su di una bicicletta e si fermava ad ogni richiesta di chi avesse un oggetto da affilare facendo girare con un piede la mola che al contatto con l’arnese, produceva scintille. Diventato infuocato, l’oggetto veniva immerso in una ciotola d’acqua per raffreddarsi.
U Seggiaru
Con questo termine veniva identificato colui che “mpagghiava” e cioè rivestiva delle sedie utilizzando un’erba palustre detta vuda. La loro opera consisteva nell’intrecciare  quest’erba dopo aver eliminato quella vecchia.

Gerardo Sacco

Gerardo Sacco appartiene di diritto ai personaggi illustri della Calabria. Nel 1969 avvia la sua azienda artigianale di produzione orafa e in breve tempo i suoi capolavori raggiungono fama e riconoscimenti a livello nazionale.  Successivamente, a seguito della sua specializzazione di cultura Magno Grecia, bizantina, rinascimentale e barocca, vinse il 10° premio alla Mostra dell’Artigianato Orafo di Firenze. Molte delle sue opere sono state esposte in vari musei nazionali e internazionali.
Gerardo Sacco è stato delineato dal Comune di Paola alla realizzazione della nuova chiave della Città da offrire a San Francesco di Paola per i festeggiamenti del Santo Patrono.

Il Granito di Capo Vaticano

Il granito bianco-grigio di Capo Vaticano viene studiato in tutti gli Istituti geologici del mondo perché è molto vecchio, e gli scienziati possono leggervi vicende risalenti a milioni di anni fa. Capo Vaticano che, pare, è il punto più antico del bacino del Mediterraneo, è costituito da un grande ammasso granitico, associato alla classica formazione delle kinzigiti. Conviene risalire ai tempi dei tempi geologici, e partire da un ambiente formato, con tutta probabilità, da rocce sedimentarie carbonatiche (calcari e marne) e silicatiche (argille, sabbie quarzose, basalti, graniti).
La terra allora era giovane e inquieta, e per effetto dell’azione motoria di correnti subcrostali le rocce carbonatiche e silicatiche sprofondarono e vennero a trovarsi in un ambiente dove i valori della pressione e della temperatura erano molto elevati. Si adattarono alla nuova condizione, trasformandosi in un complesso di rocce del tutto diverse da quelle originarie: le kinzigiti, appunto, e dentro le kinzigiti vennero a piazzarsi i graniti. i Graniti sono il prodotto di raffreddamento di una miscela magmatica fusa (quarzo, feldisfati, miche) intrufolatasi entro la formazione delle kinzigiti, e rappresentano un momento ben individuato della storia geologica, cioè l’orogenesi o nascita delle catene montuose, nella quale si collocano in tempi differenti, ma sempre come attori principali, sia che contribuiscano a costituire il primo cuore della catena, sia che si dispongano al contorno, ormai nella fase conclusiva dell’evento orogenetico.
E’ difficile, se non impossibile, dire se il granito di Capo Vaticano appartenga all’uno o all’altro momento, anche perché esso non sta nel luogo in cui s’è formato, ma è scivolato a mare insieme alle kinzigiti in cui era inglobato, circa trenta milioni di anni fa, quando venne fuori la catena alpina. E’ chiaro quindi che il granito di Capo Vaticano appartiene ad una orogenesi precedente a quella alpina, forse all’ercinica, avvenuta 300-400 milioni di anni fa.
Giuseppe Berto

Costabella

Spesso, viene utilizzata la terminologia “Costabella” per indicare quel lembo di terra di Calabria tra Briatico e Nicotera. Utilizzato per fini promozionali o turistici non ne conosciamo la discendenza e pertanto ci siamo documentati convergendo verso il noto poeta Giuseppe Berto autore di questo prezioso e ormai etichettante termine.

Ci Troviamo sul basso Tirreno, sulla punta che divide i golfi di Sant’Eufemia e Gioia Tauro. La punta si chiama Capo Vaticano. C’è un faro di prima classe: siamo già prossimi allo Stretto di Messina e i naviganti hanno bisogno di riferimenti. Penso che il capo si chiami Vaticano per lo stesso motivo per cui un colle di Roma si chiama alla stessa maniera: sacerdoti e indovini vi andavano a scrutare il futuro, basandosi sul volo degli uccelli e altre cose. Duecento metri al largo della punta c’è uno scoglio chiamato Mantineo, e in greco <<mantéuo>> significa comunicare la volontà divina. Il capo era un posto sacro, e lo è tutt’ora, nonostante tutto. Guardando l’aspra scogliera dall’alto, si può, nelle giornate buone, ossia quando le correnti non trasportano troppe immondizie, avere l’impressione che Ulisse sia passato là sotto, appena passato intendo dire. Nei giorni limpidi, rari d’estate ma frequenti nelle altre stagioni, si hanno di fronte le Isole Eolie: Stomboli, Panarea, Salina, Lipari e Vulcano.

L’ultimo giorno di Aprile e il 13 s’Agosto, guardando da Capo Vaticano, si può, con un pò di fortuna, vedere il sole che scende nel cratere dello Stromboli. Talvolta, nei tramonti d’inverno, capita che si scorga Capo d’Orlando, lontano nella Sicilia. Accade anche, e non tanto raramente, che appaia a Sud-Ovest una montagna immensa: è l’Etna. Così si hanno, nel giro d’orizzonte, due vulcani e tutti e due fumano. Non è magica, ma chi ha la ventura di vedere ciò ne tiene sospetto. Il tratto di Costa che culmina in Capo Vaticano va dal fiume Angitola sul golfo di Sant’Eufemia al fiume Mesima sul Golfo di Gioia Tauro: è pieno di storia e di bellezza molto rovinata, ma ancora bellezza, visto che altrove è accaduto di peggio. Non ha nome, ma sarebbe bene che ne avesse uno. Si potrebbe chiamarlo Costabella, con un pizzico di rimpianto e nostalgia. La Costabella ha nobili cittadine, che non sono ancora del tutto perdute: Pizzo, Tropea, Nicotera. Tropea è fatalmente la capitale turistica. La capitale commerciale è invece Vibo Valentia, che per fortuna sta un pò lontana, sulle montagne. Lungo il mare vi sono luoghi molto belli: il lido di Briatico, Sant’Irene, la Punta di Zambrone, la costa di Parghelia, Riaci, la scogliera di Joppolo. Addentro, sulle colline, vi sono vecchi borghi che val la pena di visitare, prima che spariscano. Il più bello è forse Ciaramiti, al quale si arriva in pochi minuti, dalla strada Tropea-Capo Vaticano. A questi borghi, che niente hanno di monumentale, ma possiedono grandissima dignità e armonia, con umiltà.

Giuseppe Berto

Mammola

La cittadina è posta sul versante Jonico della Calabria, tra l’Aspromonte e le Serre, al centro tra il mare e la montagna, abitato fin dai tempi della Magna Grecia, le sue origine risalgono al IV – V Sec. a.C..

Rinomato centro d’arte, turistico e gastronomico, ricco di storia e tradizioni, conserva la sua struttura urbanistica medioevale con piccole case una attaccata all’altra, portali in granito, strette viuzze e piccole piazze. Da visitare le Chiese antiche della Matrice, dall’XI Sec. dove sono conservate le reliquie di San Nicodemo A.B. patrono della città, la Chiesa Annunziata del XV Sec., la Chiesa di San Filippo del XVI Sec., la  Grancia Basiliana di San Biagio del X Sec. e i Palazzi gentilizi: Del Pozzo, Spina, Ferrari, De Gregorio, Barillaro, Florimo e Casa Tarantino. Importate da visitare a 2 Km il Parco Museo Santa Barbara Musaba, diretto dall’artista Nik Spatari, che richiama centinaia di artisti di tutte le parti del mondo, numerosi sono le sculture di artisti nel vasto Parco dell’antico Monastero. Inoltre a 10 Km nelle vicinanze della Limina si trova il Santuario di San Nicodemo del Sec.X, luogo dove visse il Santo, il Santuario ricco di storia è abitato da un Monaco ed è meta tutto l’anno di numerosi fedeli e turisti e ricade nel Parco Nazionale dell’Aspromonte. Rinomati sono i prodotti tipici: stocco, ricotta e formaggi caprini, salumi, funghi, la “pizzata” pane di granturco, olio extra vergine d’oliva e altri prodotti, è la gastronomia dove si possono gustare i piatti tipici della cucina mammolese e calabrese, considerata punto di riferimento di molti turisti che soggiornano in Calabria e nella vicina Sicilia. Nel vasto territorio di Mammola sono numerosi i percorsi trekking, che ricadono nel Parco Nazionale dell’Aspromonte e nella catena delle Serre.

Da ricordare: la “Sagra dello Stocco” il 9 agosto, la “Festa del Fungo” l’ultima domenica di ottobre, la Festa della Ricotta Affumicata, la prima domenica di Giugno, le feste in onore di San Nicodemo. Da tempo ormai Mammola e considerata punto di riferimento turistico e gastronomico della popolazione calabrese e da molti turisti che soggiornano in Calabria e nella vicina Sicilia. Da Mammola si raggiungere con rapidi spostamenti con la Strada Grande Comunicazione “Jonio-Tirreno” (Gioiosa-Rosarno) sia la zona Jonica E 90-SS 106 (Km 9) che quella Tirrenica A3 SA-RC (Km 28).
Attrazioni consigliate a Mammola: Centro storico, Chiese, Palazzi, Parco Museo Santa Barbara, Santuario San Nicodemo alla Limina, escursioni trekking nel Parco Nazionale dell’Aspromonte, Geosito della Miniera Macariace, Mulino del Vecchio ad acqua ancora funzionante, Laghetto Marzanello, Rifugio Montano, Borgo Chiusa, Monte Scifo, Monte Seduto, Monte Sant’Elia.

Fago del Soldato

Villaggio Turistico di piccole dimensioni, Fago del Soldato è divenuta in poco tempo una delle mete più ambite del turismo di montagna.  Ubicato ad un’altezza di m. 1450 e con una seggiovia biposto che sale sino a m. 1650, offre un’incantevole paesaggio con una spettacolare vista sul Lago Cecita tra i boschi di pini e faggi.

Il nome Fago del Soldato, è dovuto ad una leggenda che narra di un faggio su cui è stato impiccato un soldato da parte dei briganti della Sila. Questo villaggio venne dapprima abitato da gruppi di tagliaboschi che qui si insediarono nelle ancora visibili dimore in legno.

Appartenente al Comune di Celico, in provincia di Cosenza, Fago del Soldato dista da 14 km. da Botte San Donato e a breve distanza dagli altri centri sciistici quali Camigliatello, Villaggio Palumbo e Lorica.
Fago del Soldato diviene un’ideale località per sciare grazie a due Piste di cui una Blu e la restante Rossa, quest’ultima adatta per un allenamento prevalentemente tecnico con slalom e illuminazione notturna. Sono inoltre disponibili il bar – Ristorante, un nolo attrezzature e una scuola Qualificata di Sci.

Per raggiungere questa località, occorre percorrere la SS 107 Cosenza – Crotone

Museo delle Icone e della Tradizione Bizantina

Il Museo delle Icone e della Tradizione Bizantina di Frascineto, centro di eccellenza della cultura bizantina in Calabria, a distanza di pochi mesi dalla sua istituzione, è divenuto meta indiscussa e apprezzata di italiani e stranieri nonché elemento di ammirazione per i cultori e gli appassionati del settore.
Il Museo è stato realizzato dopo una attenta analisi del contesto italo-albanese di tradizione bizantina, elaborata dall’Amministrazione Comunale guidata dall’ing. Domenico Braile che ha reso fruibile la straordinaria collezione di icone del XVII-XX secolo, di arredi liturgici e medaglie, dell’Archimandrita P.Paolo Lombardo nonché la raccolta del prof. Gaetano Passarelli, della dr.ssa Lucilla Del Guercio, del sig. Manolis Anghelakis, dell’ing. Mario Tazzi e del sig. Antonio Panaiotis Ferrari.
La sua realizzazione è stata curata dal prof. Gaetano Passarelli, esperto di iconografia e docente di storia e civiltà bizantina, con la preziosa collaborazione, per l’arredo espositivo, dell’arch. Carlo Forace, e per l’allestimento, di uno staff. internazionale di esperti di iconografia, paramenti liturgici e medaglie.
IL progetto espositivo è stato configurato sull’intero tessuto urbano e, per la prima volta, va ad interpretare e interagire con i luoghi di culto di tradizione bizantina presenti sul territorio.
All’interno del Museo, gli spazi disponibili sono stati adeguati alle esigenze di rappresentazione dei diversi temi trattati dal percorso museale organizzati in sezioni diverse di carattere propedeutico e didascalico che ci consentono, con l’ausilio di supporti multimediali, di arricchire le conoscenze dell’antica arte dell’iconografia espressa in tutto il suo splendore, attraverso una suggestiva panoramica del ricco patrimonio iconografico, teologico e liturgico di alto valore culturale.
Si tratta quindi di un’esposizione complessa ed affascinante dedicata ad un rapporto stretto e di confronto tra la creazione artistica e lo spazio sacro che viene indubbiamente valorizzato nella sua totalità, esaltandone la forza espressiva dei contenuti.
[heading style=”subheader”]Autore[/heading]

Angelo Castellano
[heading style=”subheader”]Recapiti[/heading]
MUSEO DELLE ICONE E DELLA TRADIZIONE BIZANTINA
COMUNE DI FRASCINETO (CS) Piazza Albania
TEL: 0981/32688 FAX: 0981/32488
EMAIL: museodelleicone@bibliotecafrascineto.191.it
WEB: www.comune.frascineto.cs.it/italiano/museoicone/index.php

La chiesa di Piedigrotta a Pizzo Calabro

A due passi dal mare, presso la scogliera di Piedigrotta a Pizzo, sorge una chiesetta scavata nel tufo di una grotta naturale. In questo luogo solitario da più di due secoli, gli abitanti di Pizzo vanno per innalzare le loro preghiere alla “Madonnella”.

La chiesetta con le sue ombre, suscita nel visitatore forti suggestioni e rimanda a lontane leggende. Il mare sottostante inonda le sue navate di sommessi fruscii. Si narra che sul finire del XVII secolo, un veliero in balia del mare tempestoso, fu scaraventato contro le rocce dove oggi sorge la chiesetta. L’equipaggio riuscì a salvarsi e gridò al miracolo, attribuendo all’intervento di un quadro della Madonna che si trovava sulla nave. I marinai allora collocarono il quadro in una buca scavata nella roccia e promisero che sarebbero tornati a erigere una chiesetta per la grazia che avevano ricevuto. I marinai Pizzitani, decisero allora di scavare una grotta e abbellirla con statue tutte scavate nel tufo che raffigurano scene di vita dei santi. L’opera venne iniziata nel 1880 da Angelo Barone che prestò il suo impegno poi proseguito dal figlio Alfonso.